La Chambre vide: la camera vuota dei ‘martiri’ della Jihad

Chi sono i ragazzi europei che ogni giorno abbandonano le proprie famiglie per arruolarsi nella Jihad? Cosa li spinge a partire? E cosa fare per impedire che altri giovani seguano questa scellerata “vocazione al martirio”?

Sono stati questi gli interrogativi che hanno animato il dibattito proposto al Festival dei Popoli mercoledì 30 novembre, al termine della proiezione dei documentari La Chambre vide e Ma fille Nora. I film, presentati in anteprima italiana, entrambi firmati da Jasna Krajinovic, sono incentrati su una problematica molto attuale e di estrema gravità: i giovani che decidono di lasciare le proprie case, lo studio, il lavoro, per arruolarsi nell’esercito della Jihad e diventare martiri.

La Chambre vide è ambientato nella Bruxelles post attentato, e la ‘stanza vuota’ è quella di Sabri, diciannovenne che ha abbandonato genitori e fratelli per affiliarsi a gruppi terroristici sirani. Quattro mesi più tardi, la madre riceve un messaggio che ne annuncia la morte e da quel momento è impegnata con tutte le proprie forze  affinché vengano messe a punto leggi e strategie per evitare che altri giovani facciano la stessa fine.

Ma fille Nora si concentra invece su una lettera scritta da una figlia alla madre, per informarla della decisione di partire per la “guerra santa”.

Ad incontrare il pubblico del Festival de Popoli, mercoledì 30, sono state proprio le madri al centro dei due film, Samira Laakel e Shaila Ben Ali, insieme al giornalista de L’Espresso, Paolo Biondani. I genitori, le madri, sono infatti coloro che più soffrono questa situazione di improvviso abbandono, che non si danno pace cercando di capire quali sono state le motivazioni personali di una scelta così radicale, che ha portato i propri figli a morire.

Spero che questo film ci aiuti ad aprire gli occhi” ha affermato Shaila Ben Alì. Suo figlio Sabri, è morto da “martire” diciannovenne nel dicembre del 2013, in Siria. Da allora, la donna si batte contro il radicalismo, soprattutto attraverso la sua associazione Save Belgium.
“Sabri è partito senza preavviso, da un giorno all’altro, con quello che aveva addosso, senza portare altro. Dopo la sua morte, non abbiamo mai recuperato il suo corpo. Non c’è stato una notifica del decesso, nessun registro, niente. La sua camera, era la sola cosa che ci restava di lui. Svuotare le sue cose è stato come una lunga cerimonia, come svolgere un rituale di sepoltura al quale non avevamo avuto diritto. E’ stato un lungo percorso personale e intimo”.
“La regista Jasna Krajinovic  è venuta a trovarmi in agosto 2013, poco dopo la partenza di mio figlio Sabri verso la Siria. E’ stata la prima persona estranea con la quale ho potuto parlare della nostra situazione. Ho subito apprezzato la sua dolcezza, la sua capacità di comprendere il fenomeno. Aveva già capito tutto rispetto a quello che si tramava nei nostri quartieri: i neo-jihadisti e le loro piccole guerriglie, le cellule “dormienti”, i reclutatori che inviavano tutti quei figli di altri a farsi uccidere.. era tra l’altro davvero attenta e in ascolto della nostra esperienza, di noi genitori.
Ho deciso di essere testimone di questo documentario per lasciare una traccia, una testimonianza. Per Sabri, per i nostri altri tre figli, per i nostri nipoti. Questo film non ci dà la verità. Sta ad ognuno di noi farsi la propria opinione su questo dibattito sociale”.